RE’VIEW: Gorillaz, “The Mountain” (recensione album)
Lascia un commento7 marzo 2026 di Fabrizio Re'Volver Daquino
Un lavoro ricco, coraggioso e profondamente umano che segna uno dei momenti più interessanti nella lunga carriera dei Gorillaz.
Il nuovo album dei Gorillaz, The Mountain, si presenta come uno dei lavori più ambiziosi e personali della loro carriera. È un disco che nasce da un momento di trasformazione, artistica e umana, e che trova nel legame con l’India una delle sue chiavi espressive più forti. Non si tratta solo di un’influenza sonora, ma di un vero e proprio orizzonte culturale: strumenti tradizionali, suggestioni melodiche ispirate alla musica classica indiana e un approccio più contemplativo alla scrittura contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa tra introspezione e apertura al mondo. The Mountain è un viaggio, prima ancora che una raccolta di canzoni.

Partendo da un’esperienza personale molto forte (l’elaborazione del lutto da parte di Damon Albarn e Jamie Hewlett, intrecciata a un viaggio in India), il disco si sviluppa attorno a temi di morte, rinascita e spiritualità, ma senza mai cedere alla tristezza fine a se stessa. Musicalmente, l’album è un mosaico sorprendente: elettronica, pop alternativo, world music e strumenti classici indiani si fondono con la tipica sensibilità sonora dei Gorillaz. Le influenze globali non sono mai fini a se stesse, ma diventano parte di un racconto sonoro coerente e avvolgente.

Tra i momenti più significativi del disco spicca “The Happy Dictator”, uno dei singoli principali, realizzato con il duo Sparks. Il brano combina una base synth-pop brillante con un testo ironico e satirico, tipico della scrittura di Damon Albarn, creando un contrasto tra melodia apparentemente leggera e contenuti più critici. Un’altra traccia importante è “The Empty Dream Machine”, che vede la partecipazione di Black Thought e Johnny Marr: qui la produzione è più stratificata, con chitarre atmosferiche e influenze hip-hop che ricordano il lato più sperimentale della band. Infine “Damascus”, con Omar Souleyman e Yasiin Bey, rappresenta bene la dimensione globale dell’album: ritmi mediorientali ed elettronica si fondono in una traccia ipnotica che riflette la volontà dei Gorillaz di mescolare culture e linguaggi diversi.
Altri momenti interessanti dell’album emergono in brani come “The Mountain”, “Orange County” e “The Sad God”, che mostrano bene la varietà stilistica del progetto dei Gorillaz. La title track “The Mountain” ha un carattere quasi contemplativo: la produzione costruisce lentamente un’atmosfera ampia e stratificata, in cui sintetizzatori e ritmi elettronici accompagnano la voce di Damon Albarn in un percorso sonoro che suggerisce riflessione e introspezione. “Orange County”, invece, si muove su un terreno più luminoso e dinamico, con un groove più immediato e melodie pop che rendono il brano uno dei più accessibili del disco, pur mantenendo quella sottile malinconia tipica della scrittura di Albarn. Infine “The Sad God” rappresenta uno dei momenti più cupi dell’album: le sonorità sono più scure e minimali, e l’atmosfera quasi ipnotica enfatizza il lato più introspettivo e sperimentale della band. Insieme, questi tre brani mostrano bene come il disco alterni momenti contemplativi, passaggi più pop e tracce emotivamente più dense, confermando la capacità della band di muoversi tra registri musicali molto diversi senza perdere coerenza artistica.
Non è solo un disco da ascoltare: è un’esperienza. È forse uno dei loro album più maturi e consapevoli degli ultimi anni, capace di mescolare riflessione, ritmo e melodie con un equilibrio sorprendente.
