THE RE’VOLVER INTERVIEW: intervista ai LILITH, la band “bipolare” romana.

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10 maggio 2016 di Fabrizio Re'Volver Daquino

Il 7 settembre 2007 nascono i LILITH, band romana che, dopo anni di intenso lavoro, raggiunge la formazione definitiva ed un primo lavoro in studio nel 2013.
Oggi sono miei ospiti qui a The Re’Volver Blog con un’intervista esclusiva per parlarci della loro musica, delle loro radici e dei loro progetti futuri!

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I componenti dei LILITH sono attualmente cinque: Elisa Siragusano (Voce), Gabriele Brisinello (Chitarra, Cori), Alessandro Gabrieli (Tastiere, Cori), Irene Panza (Basso), Emilio Panza (Batteria).

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La formazione originaria è di quattro elementi e vede Emilio ed Irene Panza, fratello e sorella, rispettivamente alla batteria ed al basso oltre ad alcuni storici membri come Sara alla voce ed Andrea alla chitarra, ma si fa subito largo l’idea di evolvere il sound con l’inserimento di un quinto elemento.
Nell’Agosto del 2008, mentre la band lavora assiduamente a dei brani inediti, entra a far parte del gruppo Alessandro Gabrieli, pianista/tastierista.
Dopo tre anni di gavetta caratterizzati anche da un’intensa attività live, il gruppo affronta un periodo di riflessione, che lo porta ad una serie di cambiamenti, organizzativi e di formazione.
Pur mantenendosi sempre attivi nelle prove e negli arrangiamenti, i LILITH si lanciano alla ricerca di nuovi membri adatti a riplasmare la formazione e nel 2012 riprendono finalmente l’attività a pieno regime con l’entrata in squadra di Gabriele Brisinello, chitarrista e polistrumentista ed Elisa Siragusano, cantante e performer.
I LILITH tornano immediatamente a calcare i palchi romani ed iniziano presto le registrazioni in studio con nuove idee, nuovi brani e sonorità, cori ed arrangiamenti.

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– Ciao Elisa e benvenuta a The Re’Volver Blog!

“Ciao a tutti e grazie mille a te per la possibilità di farci conoscere un po’ di più!”

– È uscito da pochi giorni il vostro primo singolo “Lothus” già in rotazione radiofonica: raccontami com’è nata la canzone.

“Lothus è stato il primo brano che abbiamo composto insieme. Una prima bozza del pezzo era stata buttata giù quando ancora non ero parte della band, non c’erano ancora la linea melodica ed il testo. Era stata chiamata Lothus come fosse il nome provvisorio di una bozza, è una cosa che facciamo tutt’ora, spesso con nomi bizzarri! Però quel titolo, unito a quella parte strumentale così suggestiva, mi ha suggerito tutta una gamma di colori e sensazioni che ho deciso di mantenere. Il brano chiaramente poi è cresciuto insieme a noi negli anni sia nell’arrangiamento musicale che in quello vocale e quello che sentite ora è in realtà il frutto di un percorso lunghissimo!”

– In questi giorni vi trovate in studio di registrazione per terminare il vostro album: cosa dobbiamo aspettarci da questo disco?

“Scherzosamente ci definiamo spesso una band “bipolare”, nel senso che ci capita di creare brani che apparentemente non si somigliano fra loro o che all’interno dello stesso brano presentano un punto di svolta, un “twist”, come si dice oggi…ecco, questa è una cosa che ci piace tantissimo, inserire un momento inaspettato. Quindi nel disco troverete tantissima varietà nella musica e nei temi trattati ed il motivo è che abbiamo cinque storie di crescita musicale diversissime fra loro.
In realtà, però, dopo un primo ascolto, ci si rende conto che i pezzi sono legati da un filo che li rende riconoscibilissimi, come avessero un’impronta digitale comune.
Sulle piattaforme digitali si trova già l’ep, “Little things”, che verrà presto completato dagli altri brani che stiamo registrando, potete già darci un’occhiata e dirci se siete d’accordo o meno!”

– Quali sono i riferimenti musicali ai quali vi ispirate?

“Come dicevo poco fa siamo molto diversi fra noi. Abbiamo tutti un background rock ed uno spiccato amore per gli anni ‘80 ma da ognuno di noi arriva un’anima musicale differente. Subiamo le influenze dei Toto e dei Queen come quelle di Bowie (“Underground”, l’Opening del film “Labyrinth” è il pezzo che usiamo per salire sul palco nei live) ma presentiamo a tratti delle venature gotiche, alcuni di noi hanno ascoltato parecchio i Nightwish, altri Santana ma ci sono dei passaggi che infondono anche un po’ di funky e di Jazz. Io sono cresciuta con Michael Jackson, Queen e R.e.m ma ascolto anche Elisa dal 1998, amo James Morrison e Jason Mraz che sono forse lontani dal genere che facciamo con i Lilith. In più vengo anche dal mondo del Musical che ho voluto portare con me nella mia scrittura…e facendo un bel mea culpa ammetto di aver ascoltato, oltre a tanta bella musica, anche il pop più bieco nella mia fase adolescenziale! La cosa che secondo me è sorprendente è il modo in cui tutti questi elementi così diversi fra loro funzionino quando si incontrano! (A parte il pop bieco…)”

– I Lilith esistono già dal 2007 come band, e avete già fatto molta esperienza con i concerti live: quale obbiettivo avete raggiunto nel corso di questi anni?

“Innanzitutto abbiamo il grande merito di aver preso un sacco di porte in faccia. Sembra ironico ma non lo è. Non essere capiti, essere invitati a contest “civetta”, non essere pagati, litigare per essere considerati i professionisti che si è, passare per quelli che se la tirano perché si vuole dare valore al proprio sudatissimo lavoro, sentirsi dire mille volte che non si incontra il target di una certa radio o di un certo locale o, ancora, di una certa etichetta… tutto questo fa parte di una sacrosanta gavetta. Questo ti fa fare un sacco di strada e ti fa capire chi sei al punto di decidere di farcela con le tue forze pur di rimanere fedele a te stesso. E ti fa capire che, purtroppo, dietro ad alcuni dei più blasonati locali che dicono di vivere per la musica live di qualità si cela un bluff gigantesco. E, nella loro ottica, hanno anche ragione. Alla maggior parte interessa vendere birre e se non c’è una clientela fissa del posto è giusto venirsi incontro, altrimenti si sceglie di suonare altrove. È la disonestà intellettuale che abbiamo riscontrato ultimamente nei confronti del musicista che delude. E così inizi ad imparare a tutelarti ed a crescere.
E poi, finalmente, arriva il giorno in cui qualcuno si accorge di te e ti dice che hai fatto davvero un gran bel lavoro e che amerebbe poter fare un percorso con te. Ed è quello che ci è successo con La Stanza Nascosta Records, alla quale siamo grati per aver creduto in noi. Ci hanno notati facendo del buon vecchio scouting ed inciampando nel video di Lothus (per il quale ringraziamo Marco Napoli, il regista) e da lì è nata questa collaborazione che ci sta portando ad avere visibilità e soprattutto a distribuire e far sentire la nostra musica senza dover necessariamente sottostare alleregole del “commerciale” che oggi la fanno da padrone. Ecco, forse l’obiettivo più importante centrato finora è stato quello di lavorare bene al punto di sentirci dire che aldilà di quello che dice il mercato ci sono prodotti belli e prodotti brutti e che noi rientriamo nella prima categoria.”

– Invece, per questo 2016 quali sono gli obbiettivi che sperate di raggiungere?

“Di sicuro poter suonare molto e farci conoscere nella veste che amiamo di più , che è quella del live, così da creare uno zoccolo duro di ascoltatori che ci scelgano perché hanno visto chi siamo davvero.
Stiamo cercando di fare un mini tour anche all’estero smuovere dei contatti che potrebbero aiutarci ad organizzare. Poi abbiamo Lothus in rotazione radiofonica a fare da ariete e l’ep in distribuzione, chiaramente speriamo di venderne qualche copia! Pensare che qualcuno possa mettere su la nostra musica e farsi accompagnare nelle giornate come noi facciamo da una vita con la musica dei grandi è esaltante e finora le risposte sono positive!”

– Credi che al giorno d’oggi, le band che arrivano al successo utilizzando scorciatoie come i talent show abbiamo delle carenze rispetto ad altre che seguono un percorso più “tradizionale”?

“In questo caso rispondo a titolo personale: nel mio giro di amicizie e conoscenze lavorative conosco TANTISSIME persone che hanno partecipato a dei talenti show e purtroppo quello che riscontro è che alla fine siamo tutti sempre sulla stessa barca. Non si tratta di carenze, ai talent show si presentano anche band fortissime. Ma il talent show getta nello stesso calderone e mette sullo stesso piano chi ha iniziato a fare musica da ieri e chi ha sgavettato per anni studiando, suonando e sperimentando. Il talent show non ti permette di far vedere la differenza perché NON È un programma con finalità musicali, è un programma televisivo in cui quello che conta non è davvero la musica ma quello che televisivamente può funzionare limitatamente al periodo di messa in onda dello show e a quel breve lasso di tempo che lo segue. Si cerca di manipolarti, di farti passare per quello che non sei, di indirizzarti musicalmente per farti “funzionare” nello show, finito quello sei carne da macello, bollato dal mondo dei musicisti perché hai partecipato ad un talent show, scaricato dalle Major che fra due mesi avranno altri 80 artisti da spremere e molto probabilmente depresso perché per due mesi hai assaporato la fama per poi ripiombare dov’eri prima. Ma capisco chi ci va, ho colleghi bravissimi che ci hanno provato ed un paio di audizioni le ho tentate anche io, anni fa. La speranza che si nutre è di essere una di quelle mosche bianche che ne escono in piedi, che dopo anni di fatiche e stenti finalmente si riesca a farsi sentire da un sacco di gente in un lampo, che vengano riconosciuti i propri meriti artistici e che, perché no, si riesca a mettere la pagnotta in tavola facendo il proprio mestiere invece di farne dieci. Abbiamo anche la presunzione di ritenerci diversi da quelli che sono affondati e spariti, di essere più forti, di aver fatto talmente tanta gavetta da non rimanere soffocati. Con il passare degli anni è stato sempre più chiaro che, a parte pochi  sparuti casi di dubbia qualità musicale, ci si ritrova seduti tutti sulla stessa panca, talent e non talent, cercando di fare le proprie cose sperando che qualcuno le ascolti… nel migliore dei casi si è riusciti a far alzare il proprio cachet di 200 euro per qualche mese.”

– Cosa distingue i Lilith da altre band italiane?

“Istintivamente ti rispondo la cura del dettaglio. Siamo maniacali negli arrangiamenti che qualcuno ha definito addirittura barocchi. Niente è lasciato al caso, c’è sempre uno studio delle sonorità fino a che non si raggiunge esattamente quel sound che si voleva dare, non ci accontentiamo di quattro accordi e di un ritmo semplice, anche nei pezzi più allegri ed apparentemente semplici c’è una ricerca ben precisa, pensiamo che chi sceglie di ascoltarci meriti questa cura, lo reputiamo onesto. La ricerca però è dettata sempre da qualcosa di vivo, non cerchiamo il suono perfetto, cerchiamo quello “giusto”. Sotto questo punto di vista io ho il compito più facile, la voce è lo strumento più immediato e la sensazione che sento quando qualcosa è giusto ed è come lo volevo io è davvero fisica, scatta qualcosa, anche con le parole.”

– Qual’è la tua canzone preferita in assoluto di un altro artista che avresti voluto scrivere tu?

“Questa è una domanda complessa…Ce ne sono un’infinità!
Forse sarà scontato ma mi piacerebbe avere in me quel fuoco che ha portato alla scrittura di Bohemian Rhapsody. Mettere così tanto in un pezzo e riuscire a renderlo non solo meraviglioso ma anche immediato, comprensibile e fruibile dal mondo intero è qualcosa che riesce solo ad un genio smisurato.”

– Grazie della tua disponibilità per questa intervista e in bocca al lupo a te e ai Lilith per i vostri progetti futuri!

“Grazie a te della splendida intervista, è stato un piacere!
Ne approfitto per invitare tutti sul nostro sito web http://www.lilith-band.com per avere tutte le novità in anteprima, ascoltare degli estratti della nostra musica, poter comprare il cd fisico con i nostri brani e contattarci!
Ovviamente siamo anche sui social network!”

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