RE’VOLVER INTERVIEW: L’intervista a Ferzan Ozpetek, regista di Rosso Istanbul

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9 marzo 2017 di Fabrizio Re'Volver Daquino

​Ferzan Ozpetek, regista di grandi successi cinematografici come Le Fate Ignoranti, Saturno Contro e Mine Vaganti, torna vent’anni dopo nella sua città natale, Istanbul. Dopo la sua opera prima del 1996, Il Bagno Turco, il regista ci mostra nuovamente il ritratto di una metropoli in continuo cambiamento. Il 2 Marzo 2017 esce nelle sale il suo undicesimo lungometraggio liberamente tratto dal suo primo romanzo omonimo, Rosso Istanbul.


13 MAGGIO 2016. Orhan Sahin torna a Istanbul dopo 20 anni di assenza volontaria. Come editor deve aiutare Deniz Soysal,  famoso regista cinematografico, a finire la scrittura del suo libro. Ma Orhan rimane intrappolato in una città carica di ricordi rimossi. Si ritrova sempre più coinvolto nei legami  con i famigliari e  gli amici di Deniz  che sono anche i protagonisti del libro che il regista deve finire. Soprattutto Neval e Yusuf, la donna e l’uomo a cui Deniz è più legato, entrano prepotentemente anche nella vita di Orhan. Quasi prigioniero nella storia di un altro, Orhan però finisce  per indagare soprattutto su se stesso, riscoprendo emozioni e sentimenti che credeva morti per sempre e che invece tornano a chiedergli il conto per poter riuscire a cambiare la sua vita.

 
L’intervista a Ferzan Ozpetek:

– Il romanzo scritto tre anni fa diventa il film omonimo, ma l’autore di entrambi rimane lo stesso. Cosa è cambiato scrivendo la sceneggiatura con Gianni Romoli e Valia Santella? 

“Siamo partiti dal romanzo ma abbiamo inserito molti elementi nuovi, dei colpi di scena che trasformano la storia in una specie di thriller e svelano man mano ciò che all’inizio non si conosce. E’ anche il tentativo di raccontare la città attraverso gli occhi di una persona che l’ha lasciata da tanto tempo ed è diventata quasi uno straniero. Il film è pervaso dalla sensazione che stia per accadere qualcosa, un’inquietudine che si trasmette anche ai personaggi e restituisce il clima di un paese che sta cambiando velocemente. I fatti hanno confermato poi quello che avevamo scritto. Se alcuni personaggi del romanzo ci sono anche qui – come la madre, il fratello o le zie – ne ho però aggiunto un altro: Orhan, uno scrittore andato via dalla Turchia in circostanze drammatiche vent’anni prima, dopo avere pubblicato un romanzo di grande successo. Da allora non ha mai più scritto e vive in Inghilterra facendo l’editor. E proprio come editor ritorna nella sua città d’origine per correggere Rosso Istanbul, il libro del famoso regista Deniz.”


– Cosa significa questo viaggio di ritorno nel tuo paese?

“Per me è stato come immergermi di nuovo nel passato, evocare luoghi e personaggi che ormai stanno scomparendo. Tutto sta cambiando molto in fretta in Turchia. Per girare le scene sul Bosforo ho scelto una casa tipica, uno ‘yali’ molto simile e molto vicino a quello che apparteneva alla mia famiglia, dove ho passato le estati della mia infanzia. Con la proprietaria, che era una mia conoscenza di allora, abbiamo molto parlato di quel periodo e ricordato un’atmosfera che non c’è più. Negli ultimi tempi molti di questi yali – case antiche e di grande pregio sulla riva del mare – sono state acquistate da stranieri e trasformate in appartamenti di lusso, come è accaduto a quello di alcuni miei parenti. L’orizzonte a Istanbul oggi è fatto di costruzioni moderne, e il rumore prevalente è quello delle trivelle che scavano fondamenta per nuovi palazzi. Poi capita di girare l’angolo e trovarsi improvvisamente nell’800. È una città strana e affascinante. Ho concepito il film come fosse un doppio viaggio, emotivo e razionale, interrogandomi per la prima volta sulla materia narrativa che era appunto il ritorno a casa, sulla natura profonda e spesso nascosta delle emozioni e dei sentimenti che questo evento fa venir a galla. Durante le riprese di Rosso Istanbul mi sembrava di perdere continuamente la mia città, quasi sfumasse nel clima pesante e di profonda incertezza che oggi l’avvolge. Così questo film ha assunto un valore speciale.”


– Il regista del libro qui è diventato uno scrittore. Per quale motivo?

“Bé, il regista mi assomiglia molto: Deniz è in Turchia per un mese, vive in Europa e viaggia molto per lavoro. Ma anche Orhan è un po’ come me, anche perché viene da fuori: c’è la nostalgia del paese, la sensazione di essere estraneo al proprio paese. In pratica mi sono diviso fra questi due personaggi, e non solo.”


– Il tuo protagonista Orhan ritorna dopo 20 anni, il tempo trascorso dalla tua opera prima Il bagno turco. C’è un legame in tutto questo?

“Un po’ sì. Anche qui racconto Istanbul e il rapporto Occidente/Oriente. Ne Il bagno turco raccontavo di un mondo sapendo che non ci sarebbe stato più, ora racconto come le cose si sono modificate.”


– Quali sono state le difficoltà nel girare un film ad Istanbul in un periodo, diciamo così, di forti turbolenze socio-politiche?

“Mettere in piedi la coproduzione è stato facile. Difficile, piuttosto, è stato il periodo delle riprese, sempre minacciate dalla tensione degli attentati. Qualche volta, rispetto al piano, abbiamo dovuto rinviare di alcune giornate la possibilità di girare in certi luoghi considerati pericolosi e siamo sempre stati seguiti da un servizio di sicurezza. Nonostante questo, la troupe turca è stata eccellente e dire che sono professionisti è poco, talmente sono appassionati del loro lavoro. Riguardo il contesto sociale e civile, a me nel mio fare cinema solitamente interessano le persone, i loro cambiamenti emotivi. Detto ciò, come per  La finestra di fronte, il film non lo si può dire certo politico ma alla fine in qualche modo  lo è… Mentre stavo girando sono accadute delle cose molto gravi, come una persona che si è fatta scoppiare a non molta distanza dal set. In più ho ripreso “le madri del sabato” (le madri degli scomparsi che si riuniscono a piazza Galatasaray con le  foto dei loro cari sul petto) e ricordo il problema curdo. Insomma, vi si respira una atmosfera carica di tensione. Ho voluto evidenziare sullo schermo la data 13 maggio 2016 per sottolineare che Istanbul fino a quel giorno era così. Magari se ci andate ora è diversa, perché sta mutando a velocità esponenziale, anche negli umori delle persone. Ma quella data ha pure un valore celebrativo personale, è il giorno di inizio riprese di Hamam-Il bagno turco, 20 anni fa.”


– È vero che i rumori di fondo vogliono sottolineare l’incessante trasformazione urbanistica in atto a Istanbul?

“Sì, la città è un cantiere aperto, si costruisce senza sosta. Il sound designer, un ragazzo turco, è stato bravissimo: per 18 giorni ha registrato suoni di ogni tipo, dalle manifestazioni alla polizia, alle ambulanze. In particolare sono rimasto molto colpito dal rumore assordante delle trivelle che rompono le rocce per costruire le fondamenta dei grattacieli. Si sentono per chilometri. Questo rumore nel film torna spesso. E in più , un aspetto che tengo molto a sottolineare, ho inserito di volta in volta il muezzin o le campane a rappresentare nello stesso tempo il sacro e il profano.”


– Ma il rosso è proprio il colore di Istanbul?
“Quando si pensa a Istanbul, vengono in mente due colori, il blu e il rosso, che a volte si mischiano nel cielo del Bosforo. Il rosso, che si trova in tantissime cose in Turchia, era anche il colore preferito da mia madre in un certo periodo della sua vita, ed è inevitabile che mi ricordi il mio passato.”


– Hai scelto interpreti eccellenti molto popolari in Turchia. 

“Gli attori protagonisti sono star di livello mondiale, seppure sconosciuti in Italia a parte Mehmet Gunsur e in ruolo minore Serra Yilmaz. Halit Ergenc è amatissimo in sud America e nei paesi arabi soprattutto per la serie televisiva Il magnifico secolo e Tuba Buyukustun è famosa per le molte serie tv che ha interpretato e per il film Mio padre e mio figlio di Cagan Irmak. L’attrice che interpreta la madre del protagonista insegna recitazione negli USA.”


– E la colonna sonora, che intreccia diversi generi musicali compresi i rumori di fondo di cui parlavi sopra? 

“Ho inserito un brano intonato da ragazzi di strada e poi due canzoni: una composta per il film dalla star emergente turca Gaye Su Akyol e l’altra In dieser Stadt incisa dalla grande artista tedesca Hildegard Knef, nel 1965, un brano che volevo utilizzare da otto anni. E ci sono anche le musiche originali di Giuliano Taviani e Carmelo Travia e certamente i rumori della metropoli.”

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