RE’VIVAL: Blackout di Britney Spears, 10 anni dopo (di Alberto Muraro)

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4 aprile 2017 di ziomuro

Dicono che i fiori nascono dalla merda. E di merda, in effetti, Britney Spears ne ha vista tanta, soprattutto nel 2007 quando un esaurimento nervoso, dovuto in particolare alle ultime stressanti fasi del divorzio da Kevin Federline, l’ha portata a rasarsi i capelli a zero in un negozio di parrucchiere losangelino. Da quel buco nero Britney Spears e il suo team, incredibilmente, riuscirono però a tirare fuori uno dei dischi pop migliori degli anni 2000.


I guai per Britney Spears non erano certi finiti, c’era infatti ancora da superare l’imbarazzante (e proprio per questo, iconica) performance agli MTV Video Music Awards, c’era l’ormai totale incapacità di esibirsi dal vivo, ma c’era anche la voglia di continuare a fare musica, nonostante tutto, consapevoli che quel marcio dove si stava rotolando avrebbe potuto risultare di ispirazione per Blackout, definito in tempi non sospetti da Rolling Stone uno degli album più influenti degli anni 2000.

La cosa divertente è che, in apparenza, nessuno si era impegnato più di tanto a produrre un disco perfetto, anzi, pareva quasi che il management di Britney Spears avesse voluto buttare tutto in vacca con una copertina oscena fatta con Paint e con almeno un paio di basi grezze al punto da suonare quasi come demo (Ooh ooh baby e Hot as ice ad esempio). Eppure tutto filava, anche perchè non avrebbe avuto alcun senso riproporre, per l’ennesima volta, l’immagine della biondona da candy pop nata a fine anni ’90. In questo senso, anche la tremenda calza rotta del video ufficiale di Gimme more aveva un suo ruolo, così come la sua cellulite in primo piano e la sua ridicola lap dance.

In effetti, è proprio grazie al primo singolo di questa nuova era di Britney che abbiamo la chiave di lettura di quasi tutto il disco: il sound è sporco, le casse non pompano, ma piuttosto vibrano, come se stessero sul punto di saltare. La produzione è in mano a Danja, che al tempo faceva il bello e il cattivo tempo del pop contaminato di urban mondiale, una scelta che non avrebbe potuto essere più azzeccata: i pezzi sono costruiti su bassi devastanti, beat taglienti (è il caso di Get Naked, Freakshow, Break the ice). Lontani dagli stereotipi del pop sole-cuore-amore, per una volta Britney si presenta come un’infoiata, vogliosa, ma anche come una star allo sbaraglio e alla berlina di paparazzi e gossippari (Piece of me è uno dei pochissimi pezzi “impegnati” della sua carriera). Anche in questo caso, inoltre, il vocoder la fa da padrone, ma è quantomai azzeccato perché contribuisce a quell’effetto “grezzo” che contraddistingue il progetto

In Blackout, nessuna canzone è un capolavoro, ma ogni canzone funziona. Personalmente, ho sempre avuto una fascinazione per la sporcizia, il malsano, e in questo disco c’è effettivamente pane per i miei denti. Avete presente gli angoli bui e luridi delle metropolitane nelle grandi città? Perfetto: Blackout è un po quel barbone che ci suona in mezzo e che a sorpresa vi stupisce per quanto cazzo è bravo.

 

Tracklist

“Gimme More”
“Piece of Me”
“Radar”
“Break the Ice”
“Heaven on Earth”
“Get Naked (I Got a Plan)”
“Freakshow”
“Toy Soldier”
“Hot As Ice”
“Ooh Ooh Baby”
“Perfect Lover”
“Why Should I Be Sad”

 

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