RE’VIVAL: Lady Gaga – “Born this way”, (recensione di Alberto Muraro)

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21 ottobre 2017 di ziomuro

Quando Lady Gaga ha scelto di abbandonare, almeno momentaneamente, il pop per dedicarsi interamente al country-folk, molti dei suoi fedeli little monsters sono rimasti delusi. È inutile che ci prendiamo in giro: Mother Monster, per quanto Joanne sia stato delizioso, è diventata l’icona che è oggi proprio in funzione di un electro-pop di altissima qualità che l’ha trasformata nell’unica erede credibile della regina del pop Madonna.

Nonostante sia davvero riduttivo limitare un artista ad un genere specifico, come se Lady Gaga fosse una cantante buona solo a far ballare la gente in discoteca, è indubbio che la vera consacrazione artistica per la cantante sia giunta con il suo secondo album, intitolato Born this way. un piccolo gioiello di elettronica che, in ogni caso, trovo non sia stato pienamente apprezzato.

Certo, dal successore del fortunatissimo The Fame Monster sono usciti un inno generazionale come la title track (un omaggio alla comunità LGBT, a cui Gaga è profondamente legata) e brani altrettanto validi come The edge of glory e Marry The Night, eppure è nei meandri dell’album, nei suoi lati meno conosciuti al pubblico, che Lady Gaga ha tirato fuori i pezzi migliori di tutta la sua carriera.Come nel caso di Bad Romance, è quando l’artista tira fuori le potenzialità disturbanti dell’electro che nascono le perle più scintillanti: grazie all’aiuto di producer del calibro di Dj White Shadow e Fernando Garibay, Gaga è stata in grado di dare vita a pezzi “disturbanti” come Scheisse, Heavy Mental Lover e Government Hooker, canzoni che si discostano nettamente dal pop facile da classifica e sperimentano sonorità più adatte ad un rave party berlinese piuttosto che ad una pettinata discoteca milanese.


Born this way è da molti punti di vista un disco onirico, delirante, ma è allo stesso tempo un’occasione persa: Gaga non è infatti stata in grado di sfruttare il suo potenziale al massimo, lasciandoci credere, da un punto di vista promozionale, che si trattasse dell’ennesimo album pop di largo consumo.

Da certi punti di vista, Born this way è un po’ una controparte statunitense di un Solo 2.0 di Marco Mengoni, album rischioso e cupo che i più superficiali non sono riusciti ad apprezzare, ed è un vero peccato perché dio solo sa quanto il pop mondiale necessitasse di canzoni come Bloody Mary (il brano migliore del disco), Americano o Judas.


A quanto sembra, nel sesto album di Lady Gaga tornerà a farsi sentire il tocco di White Shadow e RedOne: la speranza è che il lavoro fatto con i dischi precedenti (in Artpop la sperimentazione era presente solo in Aura) non venga buttato nel cestino e si riesca a combinare l’originalità di un progetto come Born this way alla qualità di Joanne, senza per forza essere ossessionati dalla ricerca del motivetto scontato che una cantante talentuosa come Gaga non si merita.

 

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