RE’VIEW: Taylor Swift – “Reputation” (recensione album)

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11 novembre 2017 di Fabrizio Re'Volver Daquino

Si è fatto attendere per tre lunghi anni, ma alla fine è arrivato. “Reputation“, il sesto album della fruttuosa carriera di Taylor Swift contiene 15 tracce che si trascinano addosso il peso enorme di un macigno. E quel macigno ha il nome di “1989 e le sue 10 mila copie vendute“.

Il disco si muove a metà strada tra il buon vecchio “1989” e il recententissimo “Melodrama” di Lorde. Colpa di una evidente diversità stilistica tra le due squadre di produttori presenti nel disco. Da una parte abbiamo le produzioni più cupe e aggressive della ormai onnipresente coppia Max Martin/Shellback che già avevano dato il loro contributo alla stesura del precedente lavoro della cantante, dall’altra la freschezza e l’immediatezza delle melodie elettriche e innovative di Jack Antonoff (non a caso è stata scelta proprio la sua “Look what you make me do” come biglietto da visita per il nuovo progetto).

Reputation” ha a suo favore una manciata di pezzi dal forte potenziale radiofonico. “Gorgeous“, ad esempio, potrebbe quasi essere la nuova “Blank Space” del caso, mentre “Gateway Car” ha tutte le carte in tavola per accomodarsi sul trono delle classifiche di mezzo mondo se solo decidessero di estrarla come prossimo singolo.

L’altra faccia della luna, invece, vuole convincerci a tutti i costi che la vecchia e dolce ragazza di Nashville oggi si sia trasformata nella nuova Bad Girl di turno (ma chi? Taylor?), come se ne avessimo bisogno. Le basi di questo tentativo vengono subito gettate nei brani che fungono da apertura al disco. “Ready for it?” e “End Game” con tutti quei giri di bassi sporchi vogliono giocare a conquistare l’America, va bene, ma che ne sarà del resto del mondo che attendeva di poter canticchiare nuovi ritornelli incalzanti e ipnotici come quelli di “Out of the woods” o “Welcome to New York“?

Taylor sembra tornare lucida in “Delicate“, il pezzo pop più riuscito del disco, insieme alla travolgente “Look what you make me do“. In entrambi i casi la metrica delle strofe diventa trascinante e ci spinge dritti verso ritornelli martellanti e catchy. L’album si chiude nella maniera più classica per un progetto di questa categoria: con l’intimissima “New Year’s Day” che però, ancora una volta, non regge il confronto con le emozionanti “This Love” e “Clean” contenute in “1989“.

Reputation” è un bell’album? Assolutamente si. Lascerà il segno nell’immenso panorama della musica pop come il suo predecessore? Assolutamente no.
Una cosa è certa, racimolerà grosse cifre. Perché alla fine, si sa, anche se il prodotto non soddisfa pienamente le aspettative è sempre il marchio di fabbrica a convincere il cliente.

⭐⭐⭐ 3/5

(Che strano, mi sento un tantino bipolare mentre scrivo questa recensione, ma forse è solo una mia sensazione! Magari è solo l’effetto provocato dell’ascolto di questo disco, che mi ha confuso le idee e non mi permette di prendere una posizione in merito, se farmelo piacere o meno.
Ma alla fine credo di aver deciso, mi piace. Anzi no, non proprio.
Dai scherzavo, mi piace.
O forse, aspetta…)

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